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Ambliopia o “occhio pigro” della prima infanzia

da  MIAFARMACIA – Anno IX – Numero 50 – settembre/ottobre 2015 – pagg. 21-22

di Federico Bartolomei – Ortottista e Coordinatore del settore Ipovisione dell’istituto dei Ciechi “Francesco Cavazza”

Una diagnosi precoce per una cura efficace

L’ambliopia è una riduzione della funzione e della capacità visiva di un occhio (monolaterale) e più raramente di entrambi (bilaterale). È determinata da un alterato flusso delle informazioni visive che normalmente devono giungere all’occhio, e di conseguenza al cervello, favorendo così una corretta maturazione della vista nel periodo di sviluppo del sistema visivo. Se un occhio ha un d tetto visivo che non permette la visione d’immagini nitide sulla retina oppure se non è allineato nella stessa direzione dell’altro, si creano delle dominanze a livello cerebrale che favoriscono l’occhio migliore, inibendo di fatto il peggiore.

Questa condizione prende il nome di ambliopia, termine di derivazione greca (ops vuol dire visione e amblyos pigro) e per questo viene detta comunemente “occhio pigro”.

Perché si crei l’ambliopia l’eventuale difetto visivo deve essere presente nella prima infanzia, momento nel quale si compie lo sviluppo e la maturazione del sistema visivo.

Conoscere le cause

Le cause più comuni sono:

  • i vizi di refrazione (miopia, ipermetropia, astigmatismo) che devono però essere di dimensioni elevate;
  • lo strabismo, ovvero un disallineamento degli assi oculari.

Le cause più rare sono:

  • opacità dei mezzi diottrici (le lenti naturali che permettono alle immagini che colpiscono ‘I nostro occhio di essere messe a fuoco sulla retina) come in caso di cataratta congenita.

I bambini molto piccoli non sono in grado di riferire un problema visivo, quindi in mancanza di segni “visibili ” che possono indurre il sospetto, come nel caso dello strabismo con un angolo ampio oppure una pupilla (il forame che osserviamo al centro dell’iride) di un colore diverso dall’altra, l’unica possibilità d’identificare un’anomalia nascosta è attraverso una valutazione specialistica.

Se queste anomalie non vengono corrette per tempo, ripristinando una corretta e fisiologica visione, si possono concretizzare in una riduzione della capacità visiva permanente non più ovviabile perché è stato superato il confine del periodo definito plastico dello sviluppo del sistema visivo. Una diagnosi precoce è quindi lo strumento più efficace che abbiamo a disposizione.

Come identificarla

Secondo le statistiche, l’ambliopia è presente daH’1,6% al 3,6% della popolazione. Essendo come detto curabile solo in età precoce, diagnosi e trattamento tempestivo rappresentano gli obiettivi ideali da perseguire.

Tradizionalmente i programmi di screening si rivolgono ai bambini dai tre anni in avanti. Generalmente sono condotti dall’ortottista, figura che, in base al DM n.743 del 1994, è il professionista sanitario che fra le varie competenze si occupa di prevenzione e riabilitazione dell’handicap visivo. Oggi, grazie anche a un nuovo apparecchio chiamato videorefrattometro, si possono individuare e quantificare con una buona precisione i vizi di refrazione già in fase di screening. Miopia, ipermetropia e astigmatismo vengono quindi rilevati anche nei bambini più piccoli e meno collaboranti, il tutto in maniera non invasiva. Mentre il bambino crede di effettuare una semplice fotografia, l’apparecchio, interpretando il “riflesso rosso” dell’occhio, ci fornisce i valori di refrazione.

La terapia riabilitativa

Una volta corretto l’eventuale vizio di refrazione presente, deve iniziare la terapia riabilitativa che l’ortottista, in sinergia con l’oculista, porterà avanti. Attualmente il “gold standard” (trattamento più affidabile) per curare l’ambliopia è rappresentato dall’occlusione con benda dell’occhio migliore, che viene dosata nella sua durata temporale in base alla profondità del difetto e all’età del bambino. In alternativa alla benda, qualora questo tipo di approccio non fosse percorribile, si possono attuare delle strategie di penalizzazione dell’occhio migliore in vario modo, sia con lenti su occhiale che con lenti a contatto, oppure associando colliri ciclople-gici (che bloccano il processo accomodativo agendo nel muscolo ciliare).

Notevole interesse stanno suscitando recenti studi che attribuiscono a determinati software, costruiti con le caratteristiche di videogiochi, un ruolo attivo nella stimolazione del sistema visivo e quindi nel favorire quei meccanismi di plasticità cerebrale che sono alla base del recupero della capacità visiva. Questi strumenti, che devono essere utilizzati sotto stretto controllo dell’ortottista, oltre a permettere una partecipazione più attiva del piccolo paziente, sembrerebbero agevolare, come confermato da alcuni studi scientifici,
il recupero visivo, in alcuni casi anche oltre quello che per definizione viene definito l’intervallo limite entro il quale si possono ottenere modificazioni significative alla vista.

Esame entro i tre anni

È importante sottoporre il bambino a un controllo ogni qual volta si sospetti la presenza di problemi visivi e comunque, anche in assenza di questi, entro i tre anni di vita. A questa età è già possibile inoltre misurare l’acuità visiva. Questo avviene usando, al posto degli ottotipi classici composti da lettere, degli schermi contenenti disegni o meglio ancora delle E orientate nelle varie direzioni (alto, basso, destra, sinistra). Al bambino viene chiesto di indicare la direzione delle E, che avranno dimensioni via via decrescenti fino al raggiungimento dell’acuità visiva limite. Per agevolare l’esame sarebbe importante far familiarizzare il bambino con questo test prima della visita, cosi da renderne più semplice l’apprendimento.

La familiarità, ovvero la presenza di uno o più casi di patologie oculari come strabismo, ambliopia o vizi di refrazione elevati nella stessa famiglia, costituisce un fattore di rischio. Questa “predisposizione genetica” va riferita al pediatra, all’ortottista e all’oculista, nel momento in cui viene raccolta l’anamnesi, cioè l’insieme delle informazioni che riguardano la storia del paziente e della sua famiglia.
Occhiali e lenti a contatto possono essere prescritti e quindi adottati fin dai primi mesi di vita con una scelta molto accurata. Le montature degli occhiali devono essere ampie, così da non permettere al bambino di osservare al di fuori dell’occhiale rendendo cosi inutile lo strumento. Lenti e montature devono, inoltre, avere la caratteristica tecnica di non produrre pericolose schegge e frammenti in caso di urti o traumi
Se vengono osservate con attenzione tutte le indicazioni fornite dell’ortottista e dell’oculista e se la diagnosi e la terapia awengono per tempo, l’ambliopia diventa una condizione evitabile o comunque recuperabile.

Testo raccolto da Silvia Colombini

Ambliopia o “occhio pigro” della prima infanzia

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